Ne valeva la penaII Capitolo

Taranto

Io sono nato il 16 dicembre 1948 a Taranto e in quella città ho vissuto infanzia e giovinezza. Solo la prima elementare l’ho frequentata a Matera, dove per un breve periodo mio padre era stato destinato a fare il giudice istruttore. Poi gli studi fino al diploma li ho completati a Taranto e la laurea – in Legge, naturalmente – l’ho conseguita all’Università di Bari.

Studio, sport, musica: erano i miei unici impegni, le mie passioni. Nessun coinvolgimento politico, tanto che dico spesso che il ’68 l’avrei praticamente conosciuto solo nel ’78, a Milano. Ma dallo sport ero presissimo: nuoto e pallanuoto. Mi ci dedicavo in maniera quasi professionale. Anzi, quasi maniacale. La pallanuoto mi occupava tutto il tempo libero. D’estate passavo in piscina anche sei o sette ore al giorno, tutti i giorni. Giocavo nella Rari Nantes, che militava nella serie C nazionale, e contemporaneamente ne ero l’allenatore, occupandomi anche delle squadre giovanili. Insomma, facevo sul serio. L’unico compagno di quelle giornate in piscina era il mio caro amico Cesare, eccellente nuotatore, con il quale vivevo praticamente in simbiosi. Da anni, ormai, ci sentiamo raramente, ma la nostra amicizia non si è affatto indebolita.

Forse solo col tempo ho compreso perché ho amato tanto la pallanuoto: oltre il divertimento puro che produce, sembra una parabola sulla vita. E’, intanto, “il” gioco di squadra per eccellenza, più del calcio, del basket, del rugby e della pallavolo: praticamente non esistono solisti e la squadra deve muoversi all’unisono nella speranza di smarcare un giocatore davanti al portiere avversario. Prima in avanti tutti insieme, subito dopo indietro tutti insieme, senza neppure stare a vedere se il tiro del proprio compagno è finito in rete o è stato parato. L’unico solista ammesso è il mancino, ma solo perché favorisce soluzioni diverse per gli schemi della squadra. Il gioco è poi duro, molto duro. Ed i colpi più violenti sono quelli sferrati sott’acqua. Ma devi imparare a prenderli senza reagire ed urlare: ti prenderebbero per un simulatore perché nessuno capisce chi e dove ti ha colpito. Per vincere, poi, occorre sì la potenza, ma soprattutto servono intelligenza ed agilità. Infine, è obbligatorio il doppio costume: se te ne strappano uno sai che puoi andare avanti lo stesso, con l’altro. Tutto è come nella vita, insomma: c’è sempre un’altra possibilità. Oltre alla pallanuoto, trovato il tempo anche per giocare a calcio. Ero appassionato di moto e di musica pop e rock, ma amavo Crosby, Stills, Nash & Young. E poi Bob Dylan, passione della giovinezza e della maturità.

Nel 1976 la svolta: il matrimonio e la decisione di troncare di netto con l’attività sportiva, che ancora mi impegnava intensamente. Così, scelsi la sede di Milano, il più lontano possibile dalla Rari Nantes e dalla pallanuoto. La moto me l’avevano già rubata a Roma, durante il tirocinio, ma lla musica West Coast non rinunciai, a quella no: centinaia di vecchi, splendidi Lp mi seguirono a Milano, insieme all’immagine indelebile degli ulivi e del canale tra la città vecchia e la città nuova, tenute insieme da uno strano ponte girevole. A Taranto lasciai i miei genitori, due sorelle, un fratello e tanti amici. La mia vita cambiò per sempre. Il 15 settembre 1976, prendevo servizio presso la Procura della Repubblica dove ancora oggi lavoro. …

(Editrice Laterza http://www.laterza.it/index.php?option=com_laterza&Itemid=97&task=schedalibro&isbn=9788842093008)